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Uccidere un cinghiale non è la soluzione ma un palliativo
   Articolo approfondimento

UCCIDERE UN CINGHIALE NON E’ UNA SOLUZIONE MA UN PALLIATIVO

E tra un anno siamo di nuovo a parlare di sovrappopolamento da cinghiale.



A Formello sembra ci siano molti cinghiali ma allo stato attuale delle cose non è dato saperlo visto che non esiste uno strumento che ne conteggi il numero. Non esistono censimenti scientifici ma solo opinioni e queste opinioni aumentano a loro piacimento il numero dei cinghiali presenti sul territorio. Quando vi dicono “ci sono troppi cinghiali” provate a chiedere “quanti esattamente?”. Nessuno sa rispondervi.
Significa che gli animali sono di più di quelli che dovrebbero essere ma nessuno può dire con certezza di quanti in più stiamo parlando. Un dato-non dato che genera confusione e allarme.

La recente ordinanza del Sindaco, contingibile e urgente, è un atto amministrativo estremamente potente che permette di superare qualsiasi norma vigente nel caso in cui sia dimostrato un pericolo incombente sui cittadini.
Non a caso il sindaco richiama il rischio di incidenti stradali che, pur non provato, è sempre valido per respingere un eventuale ricorso al TAR.
Detto questo, se si fa una verifica del numero di incidenti stradali effettivi causati dal sopraggiungere di un animale selvatico in carreggiata, si noterà certo che non ve ne sono. E se vi sono stati bisognerebbe verificare se questi non siano la conseguenza di una cattiva guida dei conducenti che spesso ignorano i segnali stradali relativi all’attraversamento di fauna selvatica nelle vie secondarie e non rispettano i limiti di velocità consentiti e consigliati.
Il sindaco, come passo successivo, ha scritto al Prefetto e in un incontro in cui erano presenti la Regione Lazio, l’ASL, la Polizia Metropolitana, la Forestale, il Parco di Veio e la stessa Prefettura, ha voluto comprendere quali siano le reali competenze amministrative e quali siano invece gli organi preposti per risolvere al meglio il sovrappopolamento degli ungulati.
Pur essendo tutti coinvolti, gli enti, per via di una legge che impedisce di adottare autonomamente misure definitive e risolutive, non possono decidere nulla singolarmente. La Prefettura si è impegnata a sollecitare Città Metropolitana e Regione Lazio e a perfezionare il protocollo d’intesa che chiarisca le competenze effettive.
Tuttavia all’incontro non era presente un organo a garanzia dei diritti dei cinghiali e a questo si chiede di porre rimedio in una successiva convocazione interpellando ad esempio un organo come la Lav, atto a proporre anche soluzioni diverse da quelle già ascoltate.

LE PECULIARITA’ DEGLI UNGULATI.

Il cinghiale presenta una struttura sociale tipicamente gregaria in cui la femmina adulta o scrofa è l’unità fondamentale del gruppo, costituito dai suoi cuccioli, e da altre femmine con i piccoli legate generalmente da vincoli di parentela; sono estranei solo i maschi adulti con più di tre anni di età che vivono solitari oppure accompagnati da altro maschio giovane detto ‘scudiero’.
Un elemento che spesso si dimentica è che i cinghiali sono animali che hanno a tutti gli effetti un fortissimo equilibrio familiare, così come ognuno di noi dentro la propria famiglia. Se subentrano fattori esterni che ci danneggiano anche l’assetto familiare subisce dei contraccolpi e questo per forza di cose comporta che si adottino metodi diversi di gestione.
E’ controproducente alterare gli equilibri familiari, lo sappiamo bene, eppure se si tratta di un cinghiale lo si dimentica, perché è più facile pensare sia un animale violento, un animale pericoloso, un animale e basta.
Invece se vogliamo andare a fondo in questa storia, vogliamo davvero conoscere come si sono moltiplicati questi animali innocenti scopriremo che l’unica colpa del cinghiale è di essere la preda prediletta dei cacciatori.

PARTE TUTTO DA QUI’

Il cacciatore introduce negli anni 50 i grossi e prolifici cinghiali centro europei, dando luogo a una nuova razza manipolata che si riproduce più velocemente, la Sus Scrofa. Quindi non più il nostro piccolo cinghiale che si riproduce una volta l’anno (in anni di normale disponibilità alimentare) ma famiglie geneticamente modificate che, per soddisfare l’attività venatoria, vengono introdotte in un sistema che prima di questo intervento funzionava perfettamente e non aveva mai evidenziato problemi di sovraffollamento.
L’Art.1 legge 157/92 definisce però la fauna selvatica come patrimonio indisponibile dello Stato posta sotto tutela nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale che non significa “la fauna selvatica è dei cacciatori e loro adepti” ma è di tutti i cittadini.

UN CANE CHE SI MORDE LA CODA

Il cinghiale è un animale che predilige l’ambiente boscoso e normalmente trova in natura ciò di cui nutrirsi, soprattutto ghiande.
Perché dunque il cinghiale si spinge verso i vicini centri abitati?
Quando il cacciatore decide di inserire una nuova Scrofa lo fa per avere un maggior numero di esemplari da abbattere, quando decide di creare una razza nuova, più grande, lo fa per soddisfare il suo ego.
Quando inizia a creare dei veri e propri allevamenti di Sus Scrofa lo fa per introdurre in natura il più alto numero possibile di animali da cacciare.
Ma se provate a fermare la caccia agli ungulati sapete cosa risponde un cacciatore medio di fronte all’ignoranza di tutti? Che lui caccia per ridurre il numero dei cinghiali, decisamente troppo elevato e che rischia di provocare incidenti stradali.
Così, dopo che il nostro piccolo cinghiale autoctono, meno prolifico e meno grosso della Sus Scrofa, è quasi completamente scomparso dall’Italia, e dopo che sono stati creati degli allevamenti per eliminarlo, peraltro non autorizzati e su cui non vige alcuna verifica sanitaria e certificata, dovremo persino ringraziare i cacciatori per l’attività venatoria senza la quale ci sarebbe, secondo loro, un sovrappopolamento.
Ma allora com’è mai che invece di diminuire, il numero aumenta?

CONSEGUENZE IRREVERSIBILI

Una volta che il cacciatore ha a disposizione la preda inizia a cacciare. Con l’uccisione dei cinghiali adulti si provoca nei cuccioli un maggiore istinto all’errantismo. Senza una guida, infatti, i piccoli cinghiali si spostano laddove trovano cibo più facilmente.  Un figlio abbandonato a se stesso può imboccare tante strade e non è detto che scelga la migliore. Non vi sembra ci somiglino?
Non trovando più tanto facilmente la via del bosco si trovano accidentalmente a invadere una carreggiata. E se non riescono a trovare la strada che li porta nel loro habitat, irrimediabilmente mangiano nel campo coltivato a tartufi o a mais, o a grano, orzo, avena, uva etc… più vicino, danneggiando il lavoro dell’agricoltore.
Ma il cinghialetto non danneggia per farci un dispetto. Purtroppo è stato privato della guida dell’adulto e all’occorrenza, con la costruzione di case e nuovi nuclei abitativi laddove esisteva un bosco, anche del cibo che normalmente trovava in natura.
Il disturbo antropico e la mancanza di fonti trofiche naturali per la sua alimentazione, spingono questo animale, di natura addomesticabile, incline all’affetto, intelligente più di un animale domestico a spingersi in luoghi che non avrebbe nemmeno valicato.
In questa situazione già di per sé alterata si va a inserire un altro fattore, l’estro più rapido delle femmine.

LE CAUSE DELL’AUMENTO

Uno studio scientifico di ricercatori biologi francesi ha seguito per un periodo di 22 anni la riproduzione di massa dei cinghiali laddove il territorio è soggetto a caccia intensiva (dipartimento di Haute Marne) e l’ha confrontata con un un territorio in cui la caccia è meno intensa (Pirenei). Il risultato, secondo questo studio condotto dalla biologa Sabrina Servanty, ha rivelato che la fertilità aumenta laddove la caccia è intensa, questo perché si verifica una perdita della sincronizzazione dell’estro con le femmine che a loro volta raggiungono quindi la maturità sessuale in anticipo rispetto ai tempi, entro l’anno di vita.
Un altro studio, quello del Professor Josef H. Reichholf, direttore della Divisione Vertebrati della Collezione Zoologica di Monaco di Baviera e docente di Biologia e Conservazione della Natura nelle due Università di Monaco, rivela inoltre che l’uccisione di molte specie (soprattutto in autunno e inverno) regala ai sopravvissuti una maggiore disponibilità di cibo, il cui apporto rafforza la stazza degli animali portandoli a riprodursi in primavera e con un maggior numero di discendenti.

COSA SI PUO’ FARE

Inutile pensare di ridurre un sovrappopolamento (non quantificabile) con il solo prelievo dei cinghiali e il loro sterminio presso strutture autorizzate se prima non si arresta la messa in circolazione degli esemplari a esclusivo vantaggio dei cacciatori.
Innanzitutto andrebbe reso certo il dato totale di presenze sul territorio.
L’Ispra dichiara valido il metodo di censimento Line Transect che con una termo-camera a infrarossi può contattare le specie e risolvere in via preventiva le stime in modo rapido e economico.
Successivamente andrebbe applicata la legge n. 189 del 20 luglio 2004 che punisce il maltrattamento degli animali a prescindere dal contesto in cui il maltrattamento avviene. Ciò significa quindi che, nonostante la legge n. 157 dell’11 febbraio 1992, regoli le attività legali legate alla caccia, se entro il contesto dell’attività venatoria un soggetto manifesta crudeltà su animali, la legge n. 189 può punire il reato e invalidare la n. 157..
Una volta garantito il numero effettivo dei cinghiali in un dato territorio e una volta protetto l’animale, incolpevole di ciò che è stato a tutti gli effetti creato dagli uomini, bisogna ritrovare l’equilibrio.
Esiste una delibera di giunta regionale, DGR  6 giugno 2006 n 320, che prevede l’incentivazione da parte della regione di metodi alternativi al contenimento di animali selvatici, tra questi anche la sterilizzazione che peraltro in molti paesi europei è già da tempo in prova.
La regione Lazio, nello specifico, non attua, come anche altre regioni italiane, questa delibera.
Il ricercatore Alessandro Bisiani afferma “L'habitat del cinghiale è il bosco. Tra le finalità della silvicoltura e della forestazione occorrerebbe quindi collocare quelle necessarie all'alimentazione e al rifugio di questi ungulati, là dove ne è prevista la presenza dai piani faunistici”
Questo significa impegnarsi nel reintegrare, a favore dell’animale, le risorse alimentari naturali del bosco seminando avena, grano, mais e piantando anche alberi da frutto, peri, meli, susini. All’interno del bosco ci sono moltissimi terreni incolti, se si utilizzano quelli l’animale resta più facilmente nel suo habitat, lontano da strade e campi coltivati.
La Regione Veneto ha adottato invece un’altra strategia, integrata, mirata alla riduzione del danno alle colture, ovvero l’utilizzo di foraggiamento dissuasivo che, se attuato con i giusti principi (razioni giornaliere distribuite in strisce di 10-20 metri), non aumenta il tasso di accrescimento dei capi; l’introduzione di colture a perdere; lo spostamento di coltivazioni pregiate lontane dalle zone boscate; l’utilizzo di recinzioni elettriche “particellari” e “comprensoriali” che tengono distanti gli ungulati dalle zone abitate.
A favorire il livello qualitativo dell’habitat alcuni parchi hanno creato insogli artificiali, ad esempio lungo un ruscello e scegliendo i terreni argillosi e al riparo dal sole in modo da restituire all’animale ciò di cui è stato privato.
L’Arci Caccia inoltre ha proposto diverse volte che una parte delle tasse venatorie venissero utilizzate per effettuare i miglioramenti ambientali a fini faunistici in modo da riparare al danno causato fino a oggi dall’introduzione illegale e massiccia di capi e favorire un sistema più giusto e che non si morda la coda.
Attualmente i parchi risarciscono gli agricoltori per il raccolto danneggiato dai cinghiali ma un risarcimento non può sostituire il raccolto, per questo la soluzione ottimale è l’investimento di risorse finalizzate al riavvicinamento degli ungulati al bosco.
Così come è necessaria una buona cartellonistica stradale che avverta seriamente e nei punti censiti, della possibilità di attraversamento di animali selvatici; la sistemazione di recinzioni ai lati delle strade a maggior flusso veicolare; l’inserimento di catarifrangenti che proiettino esternamente il fascio di luce dei fanali degli automobilisti (come in alcune regioni del nord Italia); la sensibilizzazione delle persone con campagne televisive e radiofoniche in modo da rendere noti i comportamenti da attuarsi di fronte a un animale selvatico.

Al fine di rendere completa l’informativa su questo tema specifico, riportiamo anche gli studi effettuati dall’Università di Torino che ha reso noto di come in Europa il cinghiale sia infestato da Trichinellosi per circa il 50%. Secondo gli studi infatti le larve non sono visibili ad occhio nudo e si localizzano nella muscolatura dove hanno grande capacità di sopravvivere anche alla putrefazione e al congelamento.
E riportiamo gli studi di Legambiente Piemonte secondo cui la carne di cinghiale ha una notevole concentrazione di Cesio 137, un isotopo radioattivo del metallo alcalino cesio, pericolosissimo per la salute umana.




 
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